Casina Vanvitelliana: la perla barocca del lago Fusaro

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Oggi www.napoletanaazonzo.it vi porta in un luogo magico dei Campi Flegrei e più precisamente sul lago Fusaro nel comune di Bacoli. Qui, adagiata sullo specchio d’acqua dell ‘Acherusia Palus si trova la Casina Vanvitelliana, il gioiello barocco voluto dai Borbone.

Pronti per una pennellata di…storia?

Venite con me!

Il lago Fusaro

Una delle cose a cui tengo maggiormente quando scrivo un articolo è specificare quanto più possibile l’area in cui si trova il luogo di cui intendo parlare. Mi capita frequentemente di trovare, in guide scritte da blogger quotati, errori anche abbastanza gravi riguardanti l’ubicazione del singolo monumento o luogo. Non si tratta di semplici refusi ma inesattezze dovute alla scarsa qualità delle ricerche a monte. E il caso proprio dei Campi Flegrei che, non di rado, sono oggetto di numerosi errori di natura geografica.

Il lago Fusaro, ad esempio, si trova nel comune di Bacoli e dà il nome all’omonima frazione che lo accoglie.

 
Il lago Fusaro visto dalla Casina

Esso si estende nell’area limitata a nord dal Monte di Cuma, a sud da Monte di Procida, a ovest da dune sabbiose che lo separano dal mare e ad est dalla collina dello Scalandrone.

Dal punto di vista geologico ha una formazione vulcanica solfatarica e si presume che in passato avesse un diametro maggiore rispetto ad oggi o che addirittura fosse collegato al mare. L’origine vulcanica è provata dalla presenza di grosse falde d’acqua termale scoperte negli anni ’60 sotto i suoi fondali. 

Il Fusaro venne identificato dagli antichi come l’Acherusia Palus, la mitica palude infernale generata dal fiume Acheronte. Ne parlò per la prima volta già nel III sec. a.C. Licofrone di Calcide nel suo poema Alessandra. Esso definì lo specchio d’acqua flegreo “fluttuante e procelloso“, forse a causa delle onde spumose generate dai suoi bassi fondali.

Il lago acherusio ricadeva nel territorio dell’antica Cuma, polis fondata da coloni greci provenienti dall’Eubea nel 730 a.C. ed è probabile che il bacino apparisse come un ampio golfo che secondo Strabone doveva essere verosimilmente guadabile ma non navigabile.

Secondo alcuni studiosi, grazie alle sue acque molto tranquille, il Fusaro era probabilmente utilizzato già ben prima della fondazione di Cuma, da popolazioni indigene come Opici e Osci, per la coltivazione dei mitili a scopo alimentare, Con i cumani poi si ebbe lo sviluppo di questa attività tanto da coniare monete aventi come rovescio proprio l’immagine impressa di questo prodotto marino, segno distintivo della polis e del territorio.

Con l’avvento dei romani la zona si riempì di lussuose ville aristocratiche. L’unico proprietario di cui si conosca con sicurezza il nome è Publio Servilio Vatia di cui scrisse Seneca lodandolo per il suo stile di vita semplice ed austero e per la scelta del luogo dove dimorare. I resti della sua villa si trovano sul promontorio di Torregaveta e furono scoperti nel XVI secolo in occasione della costruzione di una torre di guarda antisaracena da cui deriva anche il moderno toponimo successivo alla realizzazione della torre, “Torre della gàveta” o di “gaveta” (termina locale che designa la galleria).

Con l’avvento dei Borbone e più specificamente di Carlo III, il Lago Fusaro, insieme ai fondi della Rocca di Cuma e al Lago di Licola, fu inserito nell’esteso sito reale di caccia e pesca, detto “Pineta del Fusaro”.

Successivamente, nel 1782, durante il regno di Ferdinando IV, nell’ambito delle opere edilizie atte ad impreziosire lo specchio d’acqua, i due ambienti romani, detti “Grotte dell’acqua” già in stato di rovina, furono inglobati nelle strutture murarie a blocchetti di tufo. Ciò fu dovuto essenzialmente alla presenza delle acque termali, che nei Campi Flegrei, a partire dal Medioevo, furono sempre utilizzate gratuitamente dalla popolazione locale per uso terapeutico. 

Molte sono le testimonianze raccolte attraverso i racconti degli anziani del luogo secondo cui la fruizione di questo sito si è protratta sino agli anni ’40 del secolo scorso, poiché attribuivano a tali acque, già analizzate nel 1967 e definite del tipo iperclorurato-sodiche, virtù connesse alla guarigione della sterilità femminile.

Vista della Casina al tramonto.

L’attuale nome del lago, deriverebbe probabilmente dall’utizzo che ne fu fatto nel Medioevo. Il bacino divenne un infusarium, luogo per macerarvi canapa e lino; il nome, da generico, divenne col tempo toponimo, Ifosarium, poi Sfosarium. In età angioina già Fusarium o Fusaria. Fusari erano peraltro detti in Campania i corsi d’acqua destinati proprio alla macerazione di canapa e lino.

Oggi, dopo un lungo periodo di stasi, sono riprese nel lago sia la piscicoltura che la coltivazione delle famose cozze del Fusaro e questo è un gran bene visto che gli allevamenti del lago vennero menzionati fiananco nel romanzo Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, quando il conte fa servire a tavola nella sua casa di Auteuil una lampreda proveniente direttamente dal lago. Un’eccellenza che torna insomma..

Inoltre numerosi sono i progetti che permetteranno a questo mitologico specchio d’acqua di tornare ai suoi antichi splendori e questo si deve soprattutto all’operato del sindaco Josi Della Ragione. Giovane “illuminato” e volenteroso che molto sta facendo per la sua città.

Durante il periodo primaverile e quello estivo, è possibile anche navigarlo con piccole imbarcazioni noleggiatili nel Parco della Quarantena che vi si affaccia.

Il parco Vanvitelliano


Agli inizi del ‘900, il lago Fusaro e le strutture annesse facevano tutti parte di un’unica enorme azienda capace di fornire pane e lavoro a centinaia di persone.

Ma quali erano queste strutture e come era organizzato questo incantevole luogo?

Ad acquistarlo, fu Carlo III di Borbone dallo Stabilimento dell’Annunziata per organizzare al suo interno battute di caccia e pescate nel lago. Alla partenza del padre fu Ferdinando IV a portare a termine i lavori.

Nel parco alberato, scandito da aiuole fiorite, vennero costruiti vari edifici:

  • Il Baraccone, che comprendeva una grande tettoia, sostenuta da archi e pilastri; esso serviva da riparo alle barche delle famiglie reali e conteneva tutte le attrezzature occorrenti per la pesca;
  • Il Cassone serviva a conservare il pescato in grandi casse di canne, perché si mantenesse vivo durante la vendita;
  • L’Ostrichina che sarebbe diventato il “Grand Restaurant”, ovvero il primo ristorante con pranzo al prezzo fisso di 5 Lire. C’erano sale da ballo e “di bigliardi”, si potevano fare battute di pesca o passeggiate in barca nel lago o dedicarsi al tiro a segno col colombo (tiro al piccione);
  • Inoltre vi erano altre strutture e stalloni per le varie attività che vi si svolgevano.

Oggi, ad arricchire questo gioiello vi è anche un monumento alla memoria. Si tratta di un carro merci proveniente dal Brennero, che era servito alla deportazione, nei campi di sterminio di Auschwitz – Birkenau, degli ebrei italiani e, successivamente, adibito al trasporto nei campi di concentramento nazisti di civili e di soldati italiani fatti prigionieri dopo l’8 settembre 1943.

La presenza del “Vagone della memoria” fa da apripista alla nascita del “Centro di documentazione della Shoah e dell’ebraismo meridionale“, un vero e proprio archivio della memoria da allestire perennemente a Bacoli, in virtù della forte testimonianza dell’ospitalità a Villa Scalera agli esiliati ebrei da parte del popolo bacolese.

Il palazzo dell’Ostrichina

L’Ostrichina vista dalla Real Casina.

Il nome “Ostrichina” deriva dalla presenza della coltivazione delle ostriche che avveniva all’interno del Lago Fusaro mediante l’utilizzo di nasse sospese da pali di legno lungo cui le ostriche, appunto, poste in posizione verticale, continuare a “respirare” e quindi a crescere. 

L’edificazione del palazzo dell’Ostrichina visse fasi differenti dovute soprattutto agli eventi storici di inizio ‘800. Benché l’iniziale progetto di costruzione delle fondamenta di un edificio poggiante su palafitte per permettere l’ancoraggio delle nasse, fosse stato affidato all’ingegnere Costantino Portanova, assistito da Francesco de Vito Piscicelli, i lavori furono sospesi nel 1805 a causa dell’arrivo di Napoleone e la nascita del Regno d’Italia.

Restaurato il regno borbonico, nel 1817 Re Ferdinando ordinò di dare nuovo impulso all’edificazione del fabbricato che però sarebbe stato costruito sulla terraferma per adibirlo ad area ristoro, non essendoci prima di allora luogo dove poter pranzare. Fu così che nacque l’Ostrichina e, come responsabile del progetto e direttore dei lavori fu incaricato l’architetto di corte Antonio De Simone.

Nel 1827, nelle prossimità dell’Ostrichina, fu realizzato un grosso spiazzo circolare con bordo a vasca per la sosta delle carrozze e l’abbeveraggio dei cavalli.  Questo spiazzo circolare, oltre dunque a rendere più funzionale e comoda la circolazione e la sosta delle carrozze consentiva anche e soprattutto un arrivo più scenografico delle vetture stesse che girandovi intorno si ponevano in bella mostra, come si conveniva ad una residenza reale secondo i costumi dell’epoca. 

L’edificio, sottoposto a continue modifiche, con l’aggiunta di più corpi di fabbrica in periodi diversi, venne adibito a ristorante nel 1853, proprio per volere della famiglia reale. Trent’anni dopo, precisamente nel 1885, venne rinnovato e riaperto al pubblico con un corpo di fabbrica in più.

A testimonianza dell’apertura del ristorante fornito dal Caffè d’Europa, vi è un manifesto di fine ‘800. Al Lago Fusaro era possibile pranzare al prezzo fisso di 5 lire e alla carta, ballerare, suonare il pianoforte, giocare a biliardo, divertirsi nel giardino, pescare, passeggiare sul lago e persino acquistare ostriche e pesci vivi. In questo manifesto, probabilmente rivolto a chi viveva nella città di Napoli, veniva anche comunicata la coincidenza col tram a vapore che percorreva la tratta Napoli-Pozzuoli-Fusaro e viceversa.

A fine Ottocento il ristorante dell’Ostrichina venne ulteriormente ampliato arrivando ad occupare una superficie coperta di circa 900 mq e una scoperta di 500 mq. Infine, negli anni Cinquanta del secolo scorso, l’Ostrichina assunse i contorni attuali

Oggi che il ristorante non esiste più, la struttura è sede di convegni, congressi, mostre, eventi ludici, concerti, spettacoli artistici e culturali di ogni genere e, da circa un decennio a questa parte, anche sede delle adunanze del Consiglio Comunale di Bacoli.

 

La c.d. Casina Vanvitelliana

A partire dal 1752, la zona circostante il Fusaro divenne la riserva di caccia e pesca dei Borbone, che affidarono a Luigi Vanvitelli le prime opere per la trasformazione del luogo.

Iniziò così un primo sfruttamento dello specchio lacustre con la coltivazione delle cozze prima e delle ostriche poi come avvenuto in passato. Per volere del re e della sua seconda moglie Lucia Migliaccio, duchessa di Florida, alla morte degli architetti Luigi Vanvitelli (1773) e Ferdinando Fuga (1780), fu dato mandato, nel 1782, all’architetto Carlo Vanvitelli di costruire su di una preesistente isoletta, una casina per la caccia e la pesca.

All’età di 42 anni, Carlo Vanvitelli avviò i lavori consolidando, con una foderatura di grosse pietre, il preesistente isolotto che ospitava un antico rudere adibito a ripostiglio di attrezzature per la pesca.

L’affascinante padiglione poligonale, che d’incanto sorse dalle acque del lago Fusaro, fu strutturato su due livelli con corpi sporgenti e terrazzati su entrambi i piani. Appena compiuto il Casino Reale, il grande pittore P. Hackert, amico del Vanvitelli, volle esaltare l’immagine nel quadro, e il pretesto fu fornito dalla rappresentazione della caccia reale. Come si può notare dal dipinto l’soletta ospitante la struttura non era collegata alla terraferma come oggi ma vi si poteva accedere solo mediate l’utilizzo di piccole imbarcazioni. 

Nel mese di gennaio del 1784 fu ospite della Real Casina e di Ferdinando IV, Giuseppe II. 

La Casina Vanvitelliana, fu inoltre, residenza di illustri ospiti come Francesco II d’Asburgo-Lorena, che qui soggiornò con la consorte ed il principe di Metternich nel maggio del 1819.. All’interno dell’edificio furono accolti Gioachino Rossini, lo zar di Russia, Vittorio Emanuele III e, nei primi anni ’50 del ‘900,  il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Mozart visitò il lago Fusaro, ma, in realtà, il suo viaggio a Napoli e dintorni avvenne nel 1770 quando non era ancora stata edificata la Casina.

Jakob Philipp Hackert – Lago Fusaro con Casina Vanvitelliana. Il re Ferdinando IV di Borbone a caccia di folaghe. (Museo di Capodimonte, Napoli, Sala 43).

Descrizione

La Casina può a pieno titolo inserirsi tra le le più raffinate produzioni architettoniche settecentesche in stile barocco ma con riferimenti rococò. Possiamo notare similitudini, con le dovute proporzioni, con la piemontese Palazzina di caccia di Stupinigi progettata nel 1729 da Filippo Juvarra. Anche in questo mirabile esempio di architettura tardo barocca troviamo volumi plastici, simmetrie ed ampie vetrate.

L’edificio voluto dai Borbone presenta infatti una pianta decisamente articolata, composta da tre corpi ottagonali che si intersecano l’uno alla sommità dell’altro, restringendosi in una sorta di pagoda, con grandi finestre disposte su due livelli; un lungo pontile in legno recentemente sostituito, collega inoltre la casina alla sponda del lago.

Al piano inferiore si trova la Sala Circolare, all’epoca utilizzata per incontri conviviali e serate di gala. La cappella e gli ambienti di servizio si trovavano nel deambulatorio esterno alla sala. Attraverso una rampa si giunge al piano Nobile, al quale poteva accedere solo la famiglia reale.

Una grande sala, detta delle Meraviglie, accoglie il visitatore, dove un tempo tra un finestrone e l’altro vi erano posizionate le quattro stagioni del pittore paesaggista Filippo Hackert (1737 – 1807). Nel tragico dicembre del 1799, la Real Casina fu vittima dai moti rivoluzionari che portarono alla nascita della sfortunata Repubblica Partenopea. A quel periodo risale la scomparsa delle 4 opere e tele in seta provenienti dal possedimento borbonico di San Leucio, costituenti parte del prezioso arredo interno.

Al piano Nobile vi erano, inoltre, uno studio privato e una cameretta di servizio.

Non chiamatela “casina della fata turchina”

La vera casa della Fata Turchina nel film di Luigi Comencini del 1972

Uno degli errori più comuni riguardanti questo gioiello del Fusaro è la convinzione che esso sia stato la casina della Fata dai capelli turchini (Gina Lollobrigida) nel celebre sceneggiato Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini del 1972. 

L’errore deriva  molto probabilmente dalla somiglianza della tipologia strutturale di “casa-palafitta”. Errore che ha visto protagonista anche un siluripedio (struttura un tempo adibita al collaudo di siluri) ubicato a ridosso delle arcate del ponte di Punta Penna Pizzone nel mare di Taranto.

In realtà, la casettina liberty a palafitta col pontile in legno non esiste più.

Possiamo parlare di una struttura in qualche modo “itinerante” visto che fu costruita in riva al lago di Martignano, vicino Roma, per il ciak in cui Pinocchio è in fuga dagli assassini. Venne poi smontata e rimessa in piedi alle Saline di Tarquinia, nel viterbese, per girare la scena in cui Pinocchio ritrova la Fata che lo conduce nella sua dimora.

Terminate le riprese, la piccola costruzione venne definitivamente smantellata lasciando come unica traccia di se i pochi fotogrammi della miniserie.

La Casina al cinema ed in tv

Set de L’imbroglio nel lenzuolo di Alfonso Arau.

Benché non sia in realtà la location dello sceneggiato con protagonisti Nino Manfredi e Gina Lollobrigida, un luogo così suggestivo e unico non poteva non essere utilizzato per altre produzioni cinematografiche o televisive.

La Casina Vanvitelliana infatti, compare nel film Ferdinando e Carolina, di Lina Wertmüller, nonché in Luca il contrabbandiere di Lucio Fulci (1980).

È stata anche una delle location de L’imbroglio nel lenzuolo (2009) con Maria Grazia Cucinotta.

Appare inoltre in molte puntate della fiction Rai “Un posto al sole“.

Informazioni 

Apertura Casina Vanvitelliana e Sala Ostrichina:

Dal Lunedì al Venerdì: 17.00 – 21.00

Sabato: 17.00 – 22.00

Domenica: 10.00 – 13.00 – 17.00 – 22.00

 
Costo del biglietto per la Casina Vanvitelliana: 5€ intero

ingresso gratuito per i minori di 10 anni, per le guide, per i portatori di handicap ed eventuali accompagnatori.

 
Apertura Parco Vanvitelliano:
 
Dal Lunedì al Venerdì: 07.00 – 22.00
 
Sabato – Domenica: 07.00 – 24.00
 
N.B. L’ingresso all’Ostrichina e al Parco Vanvitelliano è gratuito.
 
Per maggiori info:

[email protected]

(+39) 353 37 16 876

Come arrivare

Auto: da Napoli
Imboccare Tangenziale di Napoli verso Pozzuoli. Uscita n. 14 Pozzuoli – Arco Felice. Seguire indicazioni per Napoli-Pozzuoli, Baia e Bacoli percorrendo prima via Licola-Patria, poi via Miliscola (costeggiando il lago Lucrino). Proseguimento per via Montegrillo (Comune di Bacoli) fino al bivio da cui svoltare a destra e proseguire per la via Baia-Fusaro che costeggia l’ingresso del Parco Archeologico (Terme Romane). Percorrere, continuando, la strada prov. Fusaro che costeggia il Colombario fino all’incrocio terminale dove è presente l’ingresso del Parco Fusaro e della Casina Vanvitelliana. Area esterna di parcheggio non custodito presente sulla destra a pochi metri dall’ingresso del Parco.

Ferrovia: da Napoli (stazione centrale di piazza Garibaldi)
Metropolitana direzione Pozzuoli. Fermata Napoli-Montesanto.
Raggiungere (100mt. circa) la stazione della Ferrovia Cumana. Linea Napoli-Torregaveta. Fermata Fusaro.

Autobus: da Napoli (stazione centrale di piazza Garibaldi)
Linee autobus SEPSA. Percorso Napoli-Torregaveta linea Fusaro. Fermata Fusaro.

 

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